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La Storia

Lanciano citta' del Miracolo, della musica, delle fiere

Tra la Maiella e il Mare Adriatico, distesa su colline dolcemente degradanti verso la valle del Sangro, Lanciano è il naturale punto di convergenza e capoluogo del Comprensorio Sangro-Aventino. 
Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. I risultati delle indagini archeologiche testimoniano la presenza di un abitato Neolitico e i più recenti scavi nel Centro Antico hanno messo in luce i resti della Città di Anxanum: una grande struttura abitativa databile al XII sec. a.C.; un insediamento, quindi, tra i più antichi d'Abruzzo. 
Anxanum è individuata come stazione della Via Frentana nella carta delle strade militari dell'impero Romano d'Occidente ideata da Giulio Cesare e riprodotta da Corrado Peuntinger. Analoga ubicazione la troviamo nell'itinerario di Antonino Pio pubblicato nel 262. A partire dal 1154 la Città assume il nome di "Lanzano". Si sviluppano i Quartieri Lancianovecchia sul Colle Erminio, Civitanova e Sacca sul colle della Selva, Borgo sul Colle Pietroso. 
Alla Sacca e a Lancianovecchia si insediano le comunità ebraiche riaccolte nel Regno di Napoli nel 1191. 
Tra il XIII e il XV secolo Lanciano raggiunge il suo massimo splendore sia per la produzione architettonica che per l'economia derivante dallo sviluppo delle Fiere. Le "Nundinae" romane si svolgevano nei primi nove mesi dell'anno in onore di Apollo sul Colle della Selva dove sorgeva il Tempio dedicato alla divinità pagana. A partire dal III secolo le Fiere vengono trasferite nel pianoro demaniale all'esterno dell'abitato. Qui, dopo le tristi vicende del periodo Altomedievale, le Fiere si sviluppano sempre più raggiungendo il massimo splendore nel XV secolo. 
Benedetto Croce nel narrare un episodio di Storia Medievale, la rivolta contro Filippo di Fiandra del 25 Settembre 1302, così scrive di Lanciano: " operosa di industrie e di commerci, rinomata per le sue lane, sete, tele, reti e cordami, famosa per le sue Fiere antichissime dove traeva gran gente di lontano, popolosa di artigiani coi loro diritti e privilegi". 
Nelle due principali Fiere che si tenevano in giugno e settembre si incontravano mercanti di tutto il mondo conosciuto. Intensi gli scambi con Venezia e con i maggiori centri dell'altra sponda dell'Adriatico tra cui Ragusa. Un editto di Ferdinando di Aragona del 1515 stabiliva che «i mercanti di qualunque nazione e religione, cristiana, turca, giudea, infedele, sarebbe nelle Fiere (di Lanciano) salvi e sicuri per 15 giorni prima del loro inizio e per tutto il tempo di loro durata». Un apposito Magistrato, il "Mastrogiurato", aveva la giurisdizione amministrativa e il controllo sul regolare svolgimento delle Fiere: amministrava la giustizia e provvedeva alla "pace di Fiera". 
Ogni anno all'inizio dei festeggiamenti del Settembre Lancianese si rinnova l'investitura del Mastrogiurato con una rievocazione storica in costume. 
Legata al trasferimento delle Fiere dal colle della Selva al Campo della Fiera (l'attuale quartiere omonimo di impianto ottocentesco) è la costruzione del Ponte dedicato all'imperatore Diocleziano nel III secolo. La storia di questo Ponte è intimamente connessa alla costruzione della Basilica di S. Maria del Ponte. Un complesso monumentale unico per la sua affascinante storia civile e religiosa; una struttura realizzata con alterne vicende nell'arco di ben 15 secoli e che rappresenta un repertorio architettonico non ancora completamente svelato. La sua straordinarietà è accresciuta dalla eccellente acustica che ne fa un apprezzato e suggestivo Auditorium in cui si tengono i concerti giornalieri dell'Estate Musicale Frentana. 
La tradizione musicale Lancianese ha dato vita nel 1972 alla fondazione dei Corsi Musicali Internazionali Estivi, prima esperienza del genere in Italia poi ripresa da molte altre città. L'ideatore è stato il compianto Maestro Luigi Torrebruno. 
L'Associazione "Amici della Musica" organizza le manifestazioni musicali Lancianesi che culminano nel periodo 15 Luglio 31 Agosto con l'Estate Musicale Frentana e i corsi di perfezionamento per i giovani strumentisti italiani e stranieri. 
Il Teatro neoclassico costruito nel 1847 è intitolato a "Fedele Fenaroli" musicista Lancianese del XVIII secolo, apprezzato insegnante e autore di molte composizioni. La celebre Banda, anch'essa di antica tradizione col nome di Fenaroli, riscuote sempre lusinghieri apprezzamenti in tutte le Piazze d'Italia. 
Lanciano, città del Miracolo, custodisce nella Chiesa di 5. Francesco il primo Miracolo Eucaristico che la storia della Chiesa Cattolica ricordi, avvenuto nel secolo VIII. 
Sono state compiute diverse ricognizioni per accertare la reale natura delle Ss. Reliquie. Nel 1981 è stata effettuata l'ultima indagine scientifica dal prof. Odoardo Linoli di Arezzo. Le ricerche di Laboratorio hanno attestato che nel Sangue sono presenti tutte le proteine caratteristiche del plasma; la Carne è costituita da tessuto muscolare del cuore, completo di miocardio, endocardio, nervo vago e ventricolo cardiaco sinistro. Il Sangue e la Carne appartengono allo stesso gruppo sanguigno AB e quindi alla medesima persona. Il tracciato elettroforetico è pienamente normale ed è dotato del profilo proprio del siero fresco con i valori normali del quadro sieroproteico del sangue fresco. 
La straordinarietà del Miracolo è suffragata quindi da analisi chimico-fisiche che non lasciano spazio a dubbi sulla autenticità dell'Evento. 
Lanciano, città d'Arte, è ricca di capolavori di architettura romanica e gotica tra le quali S. Maria Maggiore e S. Agostino con i meravigliosi portali dell'Architetto Lancianese Francesco Petrini, a cui è attribuita anche la Cattedrale di Larino. Il complesso delle Mura civiche delle Torri Montanare dell'XI e XV secolo; il Torrione Aragonese detto di S. Chiara (XV secolo), le Chiese di S. Biagio (XII sec.), di S. Giovina (XVI sec.) S. Lucia (XIII sec.), S. Nicola (XV sec.) e poi le Fontane del Borgo (XVI sec.) e di Civitanova ricostruita nel 1825 sugli avanzi di una Fontana del III sec. a. C., Porta S. Biagio (Xl sec.). E ancora edifici privati, strade, piazze e vicoli medievali ma anche pregevoli Palazzi liberty e Dèco nel Quartiere Fiera e in Viale Cappuccini; splendidi panorami lungo la cinta muraria Medievale a Occidente guardando le montagne e a oriente il mare. 
Un Centro Storico intatto nella morfologia e nella tipologia, con le case a schiera e i palazzi neoclassici di Scuola Napoletana, con le sue Torri, e le sue Chiese e "con la Maiella che fa da azzurro scenario di protezione" come descrive Giovanni Passeri la "sua Lanciano". 

La Storia
La Storia Una tradizione continua, riportata da due suoi Storici del '600, Giacomo Fella e Pietro Pollidori, attribuisce la sua fondazione ad un compagno di Enea, Solima, scampato dalla distruzione di Troia (1180 a.C.), che la chiamò Anxanon dal nome di suo fratello Anxa. Contemporaneamente, sempre secondo la tradizione, Solima fondava Sulmona, e nel Medioevo si faceva spesso riferimento nei diplomi e nei documenti alla comune origine delle due città. Il nome, nel II sec. a.C. diventò Anxanum, e soltanto sul finire del Medioevo si comincia a trovare Lanzano e il nome attuale. Poco prima della fondazione di Roma fu colonia greca. Gli Etruschi vi abitarono fino all'invasione dei Galli (363 a.C.); quindi, intorno all'anno 435, passò sotto il dominio di Roma. Ma, come in genere per la nascita di tutte le città antiche, sono dati che sfumano nella leggenda e nel mito. 
Notizie scritte su Lanciano e sui Frentani durante le conquiste dei Romani le abbiamo da Varrone, Livio, Sigonio e Plinio il Vecchio, tutti concordi nel ritenere Anxanum la illustre capitale di questa gente e nel ricordare le sue nundinae, come si chiamavano i mercati annuali dei Romani. 
Tolomeo nella "descrizione del mondo" fu il primo a darne le coordinate. Anxanum è riportata nella tavola pentingeriana e nell'itinerario di Antonio Pio, pubblicato nel 262 come stazione (mansiones) della via Traiana Frentana nel tratto da Aterno a Larino. I due itinerari sono stati pubblicati dal Mommsen nel volume IX del "Corpus lnscriptionum latinarum" a pag. 204- VoI. VI. 
Lanciano fu dapprima colonia e poi Municipio Romano. La prova documentale ci deriva da una lapide originariamente murata nel campanile in Piazza Plebiscito e gravemente danneggiata dal bombardamento tedesco del 6 Aprile 1944. Alcuni frammenti sono stati recuperati e ricomposti nella parete a sinistra dell'ingresso del 2° Piano del Palazzo Comunale. L'autenticità di questa lapide è stata riconosciuta da Teodoro Mommsen che nella sua poderosa opera (Vol. IX - Berlino 1883 pag. 280 n° 2998) afferma che essa fu rinvenuta dal poeta Oliviero nel 1510 che la portò in C.da S. Giusta e da qui, nel 1520, fu trasferita nella città per ordine del Pretore Alfonso Belmonte. 
Lo stesso Mommsen affermò che Lanciano fu "senza dubbio municipio romano". 
Le testimonianze degli storici, le numerose iscrizioni latine rinvenute nel Medioevo e nell'età moderna, molte purtroppo andate perdute, i suoi templi, le sue istituzioni e le sue magistrature dimostrano, come scriveva un erudito storico abruzzese A. Ludovico Antinori, "che fosse stata una città colta, ricca, ben governata, e non ignota ai Romani, le di cui pratiche ed usanze cercavano sempre di emulare nelle cose civile e sacre". Vi si esercitava soprattutto l'arte della tessitura della lana e della lavorazione delle pelli, e una certa rinomanza avevano le attività commerciali e "l'arte farmaceutica" e "l'unguentaria", come attestava una lapide sepolcrale in cui si leggeva di una Lucilla unguentaria. 
In seguito la storia della Città registra gravi episodi di saccheggi e di guerra ad opera dei Goti e dei Longobardi. Questi ultimi, nell'anno 580, la rasero al suolo e successivamente costruirono sulla ripa del colle Frminio (Lancianovecchia) un imponente castello. 
Sulle rovine della città romana i superstiti ricostruirono le loro case e, nel luogo dove sorgeva il tempio dedicato alla dea Pelina, fu costruita la Chiesa di S. Maurizio (crollata nel 1825) che, secondo quanto riporta il Fella, apparve ai Lancianesi nel 610 durante l'assedio del greco Comitone. 
Sulle rovine del tempio di Marte, nella corte anteana (Piazza Plebiscito) fu costruita la Chiesa dei Ss. Legonziano e Domiziano. Qui nel 700 avvenne il Miracolo Eucaristico che oggi si conserva nella Chiesa di S. Francesco. 
Dopo l'invasione dei Franchi (sul finire del 700) si assiste al progredire dell'espansione cittadina. Rifioriscono le scienze e le arti. In una pergamena deI 981 Lanciano viene nominata città e castaldia. 
Fu in questo periodo che aumentarono le fortificazioni e fu iniziata la costruzione di un intero Quartiere che ancora oggi è chiamato "Borgo" cioè luogo fortificato. 
Nel Medioevo troviamo a Lanciano una popolazione il cui grado di civiltà e benessere è additato all'ammirazione di tutti da molte città del Mezzogiorno, soprattutto per le sue attività mercantili. Nel 1212 Federico Il di Svevia la eleva a terra demaniale e Carlo II d'Angiò la dichiara "perpetuamente demaniale". Conseguenza di questa sottrazione alla giurisdizione feudale, specie a quella del conte Filippo di Fiandra, fu il privilegio del 1304 con cui la Città ebbe il suo Mastrogiurato: avvenimento che dà il segno a tutto il suo successivo evolversi comunale e commerciale. 
Le nundinae diventano le famose Fiere che richiamano mercanti da tutte le parti, anche da paesi esteri; «v'erano genti -' racconta uno Storico, del contado col giubbetto rosso e turchino, poi Ebrei dalle fasce gialle, e Albanesi e Greci, e Dalmati e Toscani: era un insieme di lingue diverse, era una confusione, era ... un incubo». 
Le sue porte Medievali, di cui unica superstite è quella di S. Biagio, accoglievano sotto l'immunità mercanti provenienti da ogni parte e le Fiere duravano tanto che ne nacque anche il modo di dire riportato dal vocabolario della Crusca: «tu non giungeresti a tempo alle Fiere di Lanciano, che durano un anno e tre dì». 
Fino al XV secolo la Città diviene sempre più florida per popolazione, per istituzioni, per monumenti. Ai tempi di Carlo III di Durazzo certo Mastro Giovanni Milascio introdusse nella Città "l'arte di fare gli aghi" e "l'insegnò ai cittadini" sì che ben presto gli aghi furono noti ovunque, come ricordano due poeti veneziani nelle loro commedie: "due aghi de Lanzan pungenti e fini per un pezo pigliai"; "Cabaleo, che prima vendea ménole, adesso va vendendo aghi de pomole, ed aghi de Lanzan pe' 'ste pettegole". Una via, quella degli "agorai" nel Quartiere Lancianovecchia, attesta ancora quanto fosse sviluppata questa arte. 
Negli ultimi anni del XIV secolo, sotto il Regno di Ferdinando I d'Aragona, Lanciano ottiene dall'Abazia di S. Giovanni in Venere "la terra di S. Vito" con la concessione di costruirvi un Porto. 
Questo avvenimento, che comportò circa due secoli di durissime lotte con la vicina Ortona, fu importante non solo per l'incremento delle sue Fiere ma per il suo sviluppo economico e civile, tanto che, fra le altre città d'Abruzzo, si distingueva anche per uomini di scienza e di cultura, come il famoso Giureconsulto Carlo Tapia e il Naturalista Giacomo Fella. 
Il territorio di Lanciano era molto esteso. Con un apposito verbale redatto il 15 maggio 1578, i regi tavolari della Provincia di Chieti ne stabilirono i confini. Dalla copia del verbale autenticata il 20/4/1777 daI Notaio Francesco Paolo Renzetti di Lanciano risulta che i confini di Lanciano si estende-vano fino a comprendere la località S. Rocco di Castelfrentano, Mozzagrogna, il feudo di Sette a Piazzano, Villa Scorciosa e S. Maria Imbaro. 
Poi, come per molte altre città del Meridione, le invasioni dei Francesi e degli Spagnoli in lotta tra di loro, cominciano a provocare i fenomeni di declino. Dissidi interni tra alcune potenti famiglie, il terremoto del 1456, continui tentativi da parte di vicini signori feudali, come i d'Avalos di Vasto, di impadronirsene, le pestilenze, inizia un periodo di triboli per Lanciano. Con la tirannia del governo spagnolo del XVI e XVII secolo, che ricordano le numerose rivolte nelle province napoletane, cominciano a esserle ritirati i privilegi e le immunità delle sue Fiere; e i dazi, la poca sicurezza delle strade infestate da ladri, una tremenda pestilenza del 1656 completano il processo di decadenza. 
I fatti politici di quest'epoca segnano la fine della sua libertà demaniale e comunale e la "compera" da parte del marchese di Vasto Ferdinando d'Avalos, che la carica di balzelli e di tasse. Di questo sventurato vassallaggio alla casa d'Avalos, durata fino alla seconda metà del Settecento, si raccontano episodi tristissimi come quello di alcuni cittadini costretti a vendere i figli per redimersi dalle implacabili vessazioni delle imposte. 
Nel Settecento la vita della Città non presenta avvenimenti di grande importanza per lo meno quanto all'economia cittadina e al suo sviluppo; essa è caratterizzata da quella oppressione degli spiriti comune a tutte le città sotto il regime degli Spagnoli. Pur tuttavia in questo periodo troviamo grandi musicisti come Fedele Fenaroli, giuristi come Girolamo Montanari, naturalisti come G. Battista Verna. 
E all'inizio dell'Ottocento che in Lanciano notiamo un risveglio civile che riguarda tutta la popolazione. La Città partecipa a tutti gli eventi politici del Risorgimento, a cominciare da quelli della Repubblica partenopea del '99, e la sua collaborazione è fattiva e in senso progressista. Numerose furono le sollevazioni antiborboniche, soprattutto ad opera dei patrioti Carlo Madonna e Domenico Genoino; i suoi moti insurrezionali del '48, del '49 e del '53 furono a carattere popolare, ed in seguito a quello del 22 marzo del '50 venne addirittura da Napoli il Generale De Brunner per ristabilire l'ordine, I suoi sentimenti apertamente ostili ad ogni tirannide, il suo spirito democratico e il cospicuo numero dei suoi "attendibili", le valsero l'appellativo da parte della polizia borbonica di "città fellona". 
E appena il giorno dopo l'entrata in Napoli di Garibaldi, I '8 settembre del 1860, che Lanciano unanime delibera la sua annessione all'Italia unita: 3699 elettori votarono tutti favorevolmente. 
Successivamente la Città si mantenne sempre ancorata a questi principi di libertà e di democrazia scrivendo, per la resistenza organizzata contro i Tedeschi nell'ultima guerra, una delle più belle pagine della sua storia che le valsero la medaglia d'oro al valore militare. 
Ma con i periodi dei suo massimo splendore, niente più del suo folklore e del suo sentimento religioso si presenta capace di svelare il suo passato e di farne vagliare la vitalità. Il culto religioso è motivo della nascita delle sue leggende, dei suoi Santi Patroni, delle sue tradizioni miracolistiche. 
La sua poesia popolare, di origine comunale e religiosa, adattava alla forma volgare dell'antica canzone da ballo la leggenda agiografica, mentre, per una lenta elaborazione di uomini dotti o ignoranti, si formava un insieme di consuetudini, usi, costumi ove permangono motivi anche di altre popolazioni ivi stanziate, come i numerosi mercanti Slavi ed Ebrei. 
Sono ancora vive tradizioni di inestimabile valore per la storia del popolo e del suo costume: la squilla, il dono, la festa di S. Egidio, la festa di S. Antonio abate e resti di laude e sacre rappresentazioni Medievali come la Processione di Pasqua; e poi arti e tecniche che si tramandano da secoli, come quella dei vasai di Lancianovecchia, e molte feste religiose e civili, che rappresentano ciò che rimane del patrimonio culturale popolare. Così, ancora, molte canzoni delle contrade, anonime e di natura schiettamente rusticana e numerosi usi e formule di filosofia spicciola, accettate anche da gente colta, attestano una vita che nel suo intimo si svolge sulle tracce della Città antica. 

La Città
Per cogliere l'aspetto di Borgo arroccato che un tempo si presentava a chi giungeva a Lanciano, bisogna ripercorrere la vecchia strada Frentana, attraverso la valle del Feltrino, e cioè all'incirca l'attuale strada provinciale per Frisa. 
Scendendo lungo i tornanti verso la valle del Feltrino, le Torri Montanare si disegnano nette sulle colline di Lanciano. A chi ama rivivere, attraverso la lettura degli ambienti urbani, la storia delle generazioni che ci hanno preceduto, consigliamo di scegliere questa strada per accostarsi alla vecchia Lanciano e riuscire a coglierne i caratteri. Forse le sensazioni ancora non trasformate in immagini, che la vista di quelle Mura forti, di quelle Torri quadrate stavano facendo nascere in noi, subiranno una pausa, ci sarà un ritorno brutale ai nostri tempi, in cui una scala diversa si impone alle nostre attività, quando, giunti nella Città, troveremo il passo sbarrato dal grosso edificio del Mercato Coperto. Ma se a piedi saliremo per le strade di Civitanova, ritroveremo intatto l'ambiente urbano in cui interventi diversi hanno lasciato le loro tracce senza peraltro cancellare le caratteristiche delle varie epoche. 
La struttura della vecchia Città è ancora chiaramente leggibile: il colle centrale di Civitanova, che rappresenta la parte più consistente del vecchio insediamento, presenta una struttura fusiforme, con tre strade a diversi livelli, che convergono alle due estremità del colle. 
Al centro del sistema si trova una gradinata che porta alla Piazza. I due colli laterali presentano invece una strada centrale che funge da spina e una esterna che seguiva l'andamento delle Mura. 
I Quartieri che sorgono sui tre colli convergono nella Piazza, l'antica Corte Anteana. Ancora una volta, dovremo cercare di uscire dalla realtà, per lasciarci prendere dalla suggestione delle immagini scomparse, e poter ricreare un ambiente di cui non abbiamo che deboli tracce. 
La Corte Anteana era il fulcro vitale della Città di artigiani e mercanti che avevano qui le botteghe; da qui per mezzo del Ponte Romano, si accedeva alla piana della Fiera, dove la Città trovava la sua ragione di vita nelle lunghissime fiere stagionali. 
La Corte era chiusa ad est dalla Chiesa dell'Annunziata, accanto alla quale sorse poi la Cattedrale dedicata alla Madonna del Ponte. La parte Occidentale della Piazza, in forte pendenza, era circondata da porticati. Al contrario di quanto è accaduto generalmente nelle città di collina in cui i nuovi insediamenti sono sorti ai piedi dei vecchi borghi, Lanciano trovò davanti a sé lo spazio per la Città nuova. La piana della Fiera determinò la direzione dell'espansione. La Piazza in cui si ritrovano gli artigiani e i mercanti dei tre Quartieri in una stimolante vita comunitaria non era più sufficiente. Allora caddero le case che racchiudevano la vecchia Piazza, nasce il Corso, nasce la Città nuova con le sue strade larghe e dritte. 
Oggi ci rammarichiamo di tanto zelo di rinnovamento, quando apprendiamo che per facilitare le comunicazioni furono abbattute le Mura e le Porte che cingevano la Città e la Chiesetta dell'Annunziata. 
In questi anni fu riportata nel Palazzo sulla Piazza la sede del Municipio, mentre nell'antico Convento dei Francescani, oggi tornato alla sua destinazione, trovano luogo gli uffici del Tribunale. 
Nello stesso tempo venne abbattuta la Chiesetta delle Scuole Pie per dare alla Città il Teatro Comunale. Costruito dall'architetto Taddeo Salvini, venne inaugurato la sera del 19 dicembre 1840 alla presenza di Ferdinando II di Borbone, come riporta il Marciani essendo il teatro a bella posta parato a festa con sestuplicata illuminazione a cera. 
Si razionalizza anche la parte scoscesa, si creano le scalinate. La Città è ora divisa nettamente. La Piazza non è più la Corte dove convergono gli interessi comunitari dei vari Quartieri, ma il punto di partenza della nuova espansione. Civitanova e' ormai distaccata. 
Restano i palazzi signorili, in gran parte abbandonati dalle nuove generazioni, restano le botteghe, ma il mondo artigianale non esiste quasi più. 
La lezione di civiltà che ci viene dagli antichi Quartieri non va ignorata. Ogni aspetto particolare di questi insediamenti trova una profonda coerenza organica, in cui l'ambiente diviene testimonianza totale di una comunità, un involucro esistenziale di cui l'edilizia costituisce il sostegno. Se i nostri occhi non si lasceranno turbare dalla fatiscenza delle case, dagli intonaci decrepiti, dalle pietre sconnesse, scopriremo il vero significato di questi spazi, e lo slargo con la Fontana, il vicolo in cui la vista del cielo è ritmata dagli archi, la salita dolce che si trasforma in gradinata, ci parleranno di una civiltà in cui la scala di misura era l'uomo. 
Scopriremo tra queste vecchie case la nobiltà di certe linee architettoniche, la dignità di un comune linguaggio stilistico, che ignora la volgarità di certi interventi dei giorni nostri, e che riesce a fondere nel comune tessuto urbano, senza dissonanze, il palazzetto signorile e la casa povera. Troveremo la testimonianza di un mondo non migliore del nostro, ma che aveva un suo equilibrio, e che tale equilibrio è stato capace di rendere concreto, di visualizzarlo in una precisa struttura urbana. 

Il Ponte di Diocleziano
Un insieme di strutture architettoniche, civili e religiose, nell'arco di 15 secoli ha generato un organismo complesso, concettualmente ardito, certamente irripetibile. Le fasi costruttive del ponte sono intimamente legate alla costruzione della Basilica soprastante, in un "frenetico" susseguirsi di ampliamenti, consolidamenti e restauri (ancora in corso!) per soddisfare da un lato l'esigenza pratica e tutta terrena del collegamento tra il Prato della Fiera e la Città, e dall'altro quella religiosa e spirituale di magnificare la devozione per la "Madonna del Ponte". 
La straordinarietà del complesso è accresciuta dalla perfetta acustica degli ambienti. Questa peculiarità, scoperta dal Maestro Luigi Torrebruno nel 1973, ha dato una svolta nell'attenzione per l'opera nel suo complesso, tant'è che oggi siamo in presenza di una struttura architettonica e storica di alto valore utilizzata a pieno regime; un bene monumentale sottratto alla dimenticanza o alla visita esclusivamente turistica e recuperato esaltandone le potenzialità con un uso compatibile con le sue caratteristiche. Un "Ponte" trasformato in "Auditorium": una straordinarietà che può essere verificata soltanto conoscendola. 
Per ricostruire la storia del Ponte di Diocleziano è necessario premettere che Lanciano è una Città, costruita per parti omogenee e relazionate secondo un impianto che corrisponde ad un preciso disegno di pianificazione. Le differenti caratteristiche morfologiche e tipologiche dei tre Quartieri trovano il loro punto di contatto nella Corte Anteana che costituisce il nucleo di aggregazione di Lancianovecchia e Borgo a cui si collega Civitanova-Sacca per mezzo del ponte dei Calzolari che sovrapassava il fosso di Mala Valle. 
Nel 165 d.C., sotto l'impero di Marco Aurelio e di Lucio Vero, Consoli Lucio Ario e Marco Cavio Orfito, furono ceduti per uso delle "Fiere Nundinae" i terreni a oriente della Città che formavano un ampio spazio denominato così "Prato della Fiera". Il collegamento tra la Città murata e questo Prato era tuttavia disagevole per la presenza della depressione del fossato della Pietrosa, per cui il Senato Anxanense decise di costruire un Ponte dedicandolo all'imperatore Diocleziano (284-305 d.C.). 
La costruzione del Ponte, a tre arcate a tutto sesto in conci di pietra squadrata, è documentata dalla lapide ritrovata il 21 giugno 1785 nel corso dei lavori di restauro della Cattedrale. Si tratta di una «tavola quadrata di pietra durissima, larga due palmi circa, alta un palmo e mezzo, spessa circa mezzo palmo, con sopra incisa questa iscrizione: 

D.N. DIOCL. I0V. 
AUG. S.P.Q. ANX. 
D.N. MQ. EIUS 
PONTEM F.C. 
scritta per esteso: 
DOMINO NOSTRO DIOCLETIANO IOVIO 
AUGUSTUS SENATUS POPULUSQUE ANXANI 
DEVOTUS NUMINI MAIESTATIQUE EIUS 
PONTEM FACIENDUM CURAVIT 
Bocache -manoscritti; Biblioteca Comunale). 
Il terremoto che nel 1088 devastò l'Abruzzo Meridionale, danneggiò irrimediabilmente il Ponte romano. Dopo alcuni anni, tra il 1099 e il 1138, il Ponte fu ricostruito e prolungato con l'aggiunta di due campate verso Occidente e di due torri alle estremità. La prima data (1099) è riferita dal Pollidori; la seconda (1138-ultimo anno dell'impero di Lotario II) è quella della dedica del Ponte al "Pudore di Maria Vergine" mediante la costruzione di una Nicchia su un merlo del Ponte sul lato valle. 
Il Ponte fu ricostruito in pietra arenaria, a cinque archi a sesto acuto. Questo sistema costruttivo merita una riflessione: Il sesto acuto è caratteristico dello stile Gotico, che ebbe origine tra il X e il XII secolo, ma la sua epoca più fiorente fu il XIV secolo in Inghilterra e in Francia. La costruzione di un Ponte con archi a sesto acuto negli anni a cavallo tra 'XI e il XII sec. costituisce uno dei primi esempi di architettura Gotica civile nel Meridione d'Italia. Si consideri inoltre che nell'Alto Medio Evo era andata quasi perduta l'arte di costruire ponti. 
La ricostruzione di un'opera di ingegneria civile così impegnativa, con 5 archi, alto oltre 18 metri, con campate di metri 8,50 e 13,60 di lunghezza e metri 7,20 di larghezza, denota l'alto livello di tecnologia presente a Lanciano a quei tempi. Il fatto è da ricollegarsi all'importanza che aveva Lanciano. Gli intensi scambi commerciali portavano nella Città in occasione delle Fiere Mercanti e Artigiani da tutte le parti del mondo conosciuto, ed è certo che qui operarono i Maestri Comacini, autori delle più prestigiose opere di architettura Gotica. 
Nella Nicchia ricavata sul Ponte, fu collocata la statua della Vergine col Bambino Gesù. La tradizione vuole che questa Statua prodigiosa sia stata ritrovata tra le macerie del Ponte distrutto dal terremoto, nascosta nella massa muraria sin dal periodo degli Iconoclasti (editto di Costantinopoli 726 d.C.) e poi durante le devastazioni dei Saraceni (824) e degli Ungari (947) i quali si accanirono principalmente sulle chiese e sulle immagini sacre. E certo comunque che il 13 giugno 1138 la statua fu collocata nella Nicchia come testimonia la lapide rinvenuta il 22 maggio 1785 durante i lavori di costruzione della Basilica. Essa era «probabilmente, in fissa sotto il pilastrino del parapetto del Ponte, alla parte del sud a circa la metà, ove si scoprirono i resti di una Nicchia, con il suo pilastrino, con le tracce di una figura colà dipinta» (O. Bocache, manoscritti, Biblioteca Comunale). 
La scritta, citata anche dall'Antinori (Antichità Storico-Critiche, Sacre e Profane esaminate nella Regione dei Frentani -Napoli 1790-pag. 252) è la seguente: 
S. 
VIRGINEO PUDORI VADUM 
CAMPL. FAB. F. LOTARIO II. IMP. 
A.D. MCXXXVIII. 
per esteso: 
SACRUM 
VIRGINEO PUDORI VADUM 
CAMPLENSIS FABER FECIT LOTARIO II IMPERANTE 
ANNO DOMINI MILLESIMO CENTESIMO TRIGESIMO OCTAVO. 
Il 13 giugno e l'8 settembre (Natività di Maria vergine) coincidono con le due Fiere più importanti di Lanciano, che cominciavano a maggio e si protraevano fino a tutto settembre di ogni anno. 
Un'altra lapide, citata sia dal Bocache che dall'Antinori, riferisce di un tempietto con colonne in pietra, costruito dai Soci Comacini a spese di tale "Mastro Andrea di Lanciano": 
SACELLUM HOC BEATAE VIRGINIS 
PURITATIS MATRIS DEI ET NOSTRAE 
MAGISTER ANDREAS CUM SOCIIS 
DE LANZIANO COMACINIS 
SOLIDIS SUIS FECERUNT AD. MCCIII 
Nel 1389 la cittadinanza decise di costruire una Chiesa larga quanto il Ponte e alta 8 metri senza occupare i due fortini alle estremità. La Chiesa fu chiamata dapprima Oratorio di Maria SS. del Ponte e poi S. Maria delle Grazie. La costruzione del Tempio determinò la chiusura al transito del Ponte; ma poiché in tempo di Fiera si doveva necessariamente assicurare il collegamento tra la Città e il Campo della Fiera, il transito dei mercanti, dei carri e della popolazione avveniva attraversando la Chiesa, con tutti gli inconvenienti possibili. 
Nel 1429 furono costruite alcune opere di rinforzo e di allargamento del Ponte per eliminare i disagi derivanti dal passaggio dei carri dentro la Chiesa. 
Nel 1488 l'Università di Lanciano decise di costruire un altro Ponte affiancato a quello esistente per ripristinare la transitabilità ai carri e alle persone senza attraversare la Chiesa. Ma già nello stesso anno si pensava ad un nuovo ampliamento della Chiesa, tant'è che il Papa Innocenzo VIII con Breve del 25 febbraio 1488, concesse all'Università di Lanciano di disporre delle rendite della Chiesa dell'Annunziata per costruire la nuova Chiesa. 
Nel 1513 fu completato l'ampliamento del Ponte in laterizio e la Chiesa rimase così isolata e libera dall'attraversamento per accedere al Campo della Fiera. 
Nel 1520 il Ponte fu coperto con volte a crociera poggianti su pilastri e archi a tutto sesto che delineavano ampi varchi semicircolari verso valle. Con questa struttura fu possibile realizzare un passaggio coperto inferiore per i carri e uno superiore per i pedoni e le carrozze. Dopo appena 10 anni la Città propose di ampliare di nuovo la Chiesa comprendendovi anche lo spazio del nuovo Ponte. I lavori iniziarono nel 1535: fu demolito l'Oratorio, ossia la Chiesa costruita sul Ponte di Lotario II, furono costruite le volte per uniformare tutto il piano di appoggio della nuova Chiesa, quindi si innalzarono i muri perimetrali demolendo anche il fortino verso il Campo della Fiera (1541). I lavori di ampliamento determinarono il crollo dell'ultima arcata a Sud del Ponte. Il consolidamento della struttura e il restauro della campata furono eseguiti dall'Architetto milanese Gabriele della Cava. 
Dopo alcuni anni si ripresentarono, inevitabilmente, gli stessi inconvenienti derivanti dall'attraversamento della Chiesa durante le Fiere, sicché si decise di costruire un nuovo passaggio all'esterno della Chiesa per liberarla dal transito delle persone e delle carrozze. Nel 1583 fu costruito questo nuovo passaggio, il cosiddetto Corridoio, poggiante su una struttura di rinforzo dei pilastri e degli archi del sottostante Ponte coperto. 
La Chiesa della Madonna del Ponte fu completata nel XIX secolo, e agli inizi di questo secolo fu aperta la strada che generò l'espansione edilizia del Quartiere Fiera: il Corso Trento e Trieste. Persero così di identità e di funzione sia il passaggio coperto che il "Corridoio". Il cosiddetto Ponte di Diocleziano fu declassato a magazzino e fondaco. Negli anni dell'ultimo conflitto mondiale vi trovarono rifugio molte famiglie Lancianesi durante i bombardamenti. Fu poi parzialmente chiuso con murature e adibito a mercato del pesce, finché verso la fine degli anni 60 tornò all'attenzione dell'Amministrazione Comunale e della Soprintendenza. Il restauro ne ha evidenziato tutta la maestosa organizzazione spaziale; l'acustica eccellente ha consentito di trasformare questa particolare struttura in un originale, straordinario AUDITORIUM. 

La Basilica Cattedrale Madonna del Ponte
Nel 1785 furono eseguiti lavori che portarono all'arricchimento delle forme architettoniche nell'interno della Cattedrale su progetto dell'Arch. Giovanni Fontana. Nel 1800 fu iniziata la costruzione della Facciata e alcuni anni dopo fu decisa la demolizione della Chiesa dell'Annunziata che era stata la prima Cattedrale di Lanciano.
L'interno, ad una sola Navata, ha un partito architettonico di ampio respiro, in cui le colonne binate, che sostengono le volte a botte, ritmano lo spazio, interrompendo la monotonia della lunga Navata. Lungo le pareti sono situati gli altari laterali che si avvalgono di una decorazione di sobria linea classica. Sulla destra, la Cappella del SS. Sacramento crea una discontinuità che assume un preciso valore plastico, accentuato dalla penombra in cui è immersa. 
Ancora un giuoco di chiaroscuri, sulle pareti, è dato dalle nicchie che, nella parte centrale della Chiesa, sono scavate tra le colonne accoppiate. In fondo al Presbiterio, illuminato dall'occhio della cupola, si trova la Nicchia con l'antica statua della Madonna del Ponte. Tutta l'architettura della Chiesa non fa che inquadrare prospetticamente la piccola Nicchia posta sul fondo, perciò l'interesse dell'osservatore non è mai particolarmente stimolato lungo il percorso, e le vibrazioni delle pareti anche nella ricerca di certi effetti plastici, sono smorzate dalla penombra in cui resta la Chiesa. Gli affreschi delle volte sono di Giacinto Diana, pittore napoletano (1730.-1803) 

Lancianovecchia
Lancianovecchia era così detta, perché era qui l'antico castello, o forse quel che restava dopo il terremoto entrato nella tradizione popolare come tanto terribile, da aver creato in una notte la valle che separa Lanciano da Frisa. Dopo il disastro che si può far risalire al 770, la Città venne ricostruita sulle rovine: ne fa fede l'aver trovato dei pavimenti sotto le fondamenta di alcune case e la presenza di una Porta, a livello dell'antica strada nella Cripta di San Giovanni. 
In questo Quartiere, quasi a contatto l'una con l'altra sorgevano cinque Parrocchie. Oggi di queste Chiese, che erano le più antiche di Lanciano, restano solo S. Biagio e S. Agostino, di S. Giovanni resta solo la Torre. Le altre due Chiese di S. Lorenzo e S. Maurizio non esistono più, con la loro demolizione furono creati gli slarghi che prendono il nome delle Chiese demolite. 
Presso il largo di S. Maurizio si trova una interessante casa del '400 con botteghe; una iscrizione su di essa la fa conoscere come casa di Nicolao. E l'unico esempio integro di una architettura di solide forme Quattrocentesche, in cui la sveltezza delle linee Gotiche fa sentire i suoi influssi negli archi acuti delle botteghe. 

S. Agostino
È indubbio che la Facciata di S. Agostino rivela lo stesso artista che diede, nel grandioso Portale di S. Maria Maggiore, tutta la misura della sua personalità. 
La Facciata lavorata in pietra da taglio con vivo senso plastico, ha tutta la ricchezza della decorazione della scuola del Petrini. 
I consueti elementi scultorei di colonnine tortili, a fregi floreali, punte di diamante, esprimono la vivacità e il virtuosismo di questa scuola. Il Rosone a ruota della fortuna, ha un'ornamentazione a foglie d'acanto ed è sormontato da un archivolto poggiato su colonnine pensili. Nella lunetta del Portale vi è un gruppo scultoreo rappresentante la Vergine con il Bambino. 
Purtroppo la mancanza di senso storico dei secoli passati ci impedisce di ritrovare all'interno delle nostre Chiese le forme architettoniche corrispondenti a queste Facciate. 
L'interno di S. Agostino venne completamente rimaneggiato nel 1827, e gli affreschi delle pareti furono coperti di stucco, perché le antiche pitture apparivano "annegrite dal tempo". Meglio tacere di altri interventi che fanno rimpiangere anche gli stucchi dell'Ottocento. 
Il Portale è stato restaurato a cura del Lions Club di Lanciano nell'Estate del 1992. Sotto la patina che ricopriva la struttura monumentale sono apparse tracce di colorazione sia nel paramento lapideo liscio che nelle parti scolpite e nella statua della Vergine col Bambino. Il Portale era, quindi, mirabilmente decorato con una policromia dal rosso pompeiano al giallo, all'azzurro (tipico colore dell'architettura Medievale Lancianese). 
Restano visibili le tracce di questa raffinata e originale esecuzione pittorica. Analoga decorazione, arricchita con laminatura in oro, è stata rinvenuta in due mensole in pietra del XV sec. dissotterrate nel corso dei lavori di restauro del complesso di S. Francesco. 

S. Biagio
Poco lontana dalla casa di Nicolao è la Chiesa di S. Biagio: la sua fondazione pare sia anteriore al 1059, pertanto oggi è la costruzione più antica di Lanciano. L'architettura è di una semplicità estrema, le murature nude e le capriate scoperte. 
Dobbiamo la conservazione di questa semplicità Medioevale al fatto che la Chiesa fu per lungo tempo sconsacrata. Sotto la Chiesa esiste una Cripta che era probabilmente la Chiesa primitiva, Il Campanile fu edificato fra il 1345 e il 1400. È una solida Torre in muratura con una bifora a sesto acuto nel secondo ordine, che si eleva al disopra della Chiesa e una elegante finestra pure a bifora nella parte più bassa. 
Un Portale di linea Gotica si apre alla base del Campanile. La decorazione della Torre è di un tipo, caratteristico a Lanciano, di arcatelle su mensoline ottenute con grossi mattoni accoppiati ad angolo acuto. 

Porta S. Biagio
Dietro la Chiesa di S. Biagio esiste ancora l'unica Porta delle antiche Mura di Lanciano, giunta fino ai nostri tempi. 
E un arco a sesto acuto nella consueta pietra dorata in uso a Lanciano. Una gradinata in pendenza molto dolce porta attraverso di essa alla via dei Bastioni. 

Via dei Bastioni
Si è parlato molte volte delle tradizioni artigianali e commerciali di Lanciano, del fervore con cui i Cittadini dei secoli passati difendevano le loro libertà e soprattutto la libertà dei loro commerci. 
Ci si potrebbe chiedere che cosa resta oggi a Lanciano a testimonianza di ciò. La nostra epoca non lascia molto spazio a queste attività, il mondo artigianale è in declino ormai da tempo. Inutilmente cercheremmo a via degli Agorai il ricordo di quelli che fabbricavano gli "aghi di Lanzan", ma la tradizione è ancora viva nelle botteghe degli artisti del rame e della terracotta. 
I torni dei vasai di Lanciano girano nelle vecchie botteghe dove pare che il tempo si sia fermato. Lungo la via dei Bastioni esistono ancora i laboratori di questi artigiani. 
La creta umida sotto i nostri occhi si trasforma nelle cento forme tradizionali degli orci, dei vasi, dei tegami, e le lunghe file di vasi che si asciugano al sole ci accompagnano fino alla vecchia Porta S. Biagio. 

Le Mura Aragonesi e il Borgo
"La Chiesa dei Ss. Legonziano e Domiziano aveva adiacenti mille moggia di terreno appartenenti ai Benedettini di S. Giovanni in Venere, ove erano le case dei servi o coloni che avevano ad enfiteusi degli appezzamenti di terreno" Quelle case formarono il nucleo del nuovo Quartiere detto "Borgo", quando l'aumento della popolazione ne determinò l'accrescersi. 
La Chiesa e il Monastero furono affidati ai Benedettini poiché i Basiliani si resero colpevoli dell'uccisione di un giovane mercante ospitato nel Convento, e furono quindi impiccati alle finestre della Torre che in seguito a ciò vennero murate. 
La Chiesa fu poi abbandonata dai Benedettini. Un pubblico strumento del 1229 ne ratifica l'elevazione a Parrocchia, e nel 1252 si diede inizio alla raccolta di elemosine per una nuova Chiesa costruita dai Francescani. 
Fortificazioni, con torri e bastioni e un profondo fossato, vennero eretti verso il 1480, sotto il dominio degli Aragonesi. Si può vedere ancora, abbastanza ben conservato, il Torrione rotondo, mentre le Mura sono quasi completamente soffocate da una congerie di edifici che sono sorti su di esse. Accanto alle Mura Aragonesi sorgeva la più antica Porta S. Angelo (1204) attraverso la quale si scendeva alla Fontana della Pietrosa, detta anche Fonte del Borgo. 
Il riempimento della Valle della Pietrosa ha fatto quasi scomparire la Fonte del Borgo in fondo a una specie di girone dantesco. Le linee gradevoli della lunga serie di archi, appaiono seminascoste sotto un alto edificio. 
In adiacenza alla Fonte sorge anche una interessante costruzione che comprende i resti dell'Ospedale di S. Angelo e di una Torre Medioevale che probabilmente apparteneva alla cinta cittadina. 
Nella storia di Antinori leggiamo infatti: "Anteana colla Chiesa dei Ss. Legonziano e Domiziano ma passata a denominarsi Borgo e faceva parte della Città. In questo anno al recinto delle Mura, onde era chiuso, si aggiunse la Porta detta S. Angelo. Per questa si scende alla Fontana della Pietrosa". 

S. Francesco
La Facciata in pietra ha una austerità Francescana che contrasta con la ricchezza della consueta decorazione della scuola Lancianese. Si nota però nei particolari del Portale una corrispondenza con gli elementi usati nei Portali minori di S. Maria di derivazione Borgognona. 
L'architrave non ha decorazioni e si confonde con la lunetta, senza nessun risalto. 
La parte alta del prospetto sembra opera di ricostruzione recente, perché la pietra all'altezza del finestrone cede il posto a una muratura mista di mattoni e pietra in cui si trovano frammenti di varie opere. 
L'interno di S. Francesco ha subito le consuete trasformazioni avvenute nei tempi in cui il Gotico era considerato arte barbara. Si nota però negli altari laterali una ricchezza di linee Barocche abbastanza gradevoli, nelle curve eleganti di gusto Borrominiano. Interessante il Campanile in cui, sulla struttura Quattrocentesca con la tipica decorazione ad arcatelle e le finestre a bifora, è stato aggiunto un tiburio coperto da una cupola su base ottagonale con piastrelle policrome di maiolica. 

Gli affresci di S. Legonziano
Nel corso dei lavori di restauro del complesso monumentale di S. Francesco sono affiorati dipinti murali sia sulle pareti che sulla volta dei locali adibiti fino a pochi anni fa a negozio e magazzino di ferramenta. Si tratta degli affreschi di S. Legonziano dei quali lo storico Lancianese Giuseppe Maria Bellini (1859-1940) ci ha lasciato una minuziosa descrizione pubblicata per la prima volta dal Marciani nel Bollettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria (anni 36°-37°, Vol. VII-VIII, Serie V). 
Di questi affreschi si erano perse le tracce perché i locali, appartenenti alla Confraternita S. Maria dei Raccomandati, con le leggi napoleoniche di soppressione degli Ordini Monastici e il trasferimento dei beni ecclesiastici erano passati in proprietà a privati e adibiti dapprima a trattoria e poi a magazzino e negozio. 
Gli affreschi, risalenti al XVI secolo, sono stati gravemente danneggiati. La volta affrescata è suddivisa in riquadri rappresentanti scene del Giudizio Universale con animali simbolici, sirene, pesci emergenti dalle acque, edifici, crolli, scheletri. 

Il Miracolo Eucaristico
È il primo che la Chiesa Cattolica ricordi e avvenne nell'VIII secolo nella chiesa di S. Legonziano dei monaci Basiliani. Un Monaco, mentre celebrava la Messa, fu tormentato dal dubbio circa la reale presenza di Gesù Cristo nel Sacramento; il Prodigio si verificò con la trasformazione dell'Ostia Santa in Carne e dei Vino in Sangue che si raggrumò in cinque piccoli globuli irregolari per forma e grandezza. 
Queste Sacre Reliquie furono conservate per cinque secoli dai monaci Basiliani e poi dai Benedettini succeduti nella Chiesa di S. Legonziano; dal 1258 sono conservate nella Chiesa di S. Francesco d'Assisi, costruita sullo stesso tempio dei Basiliani. 
Il Miracolo Eucaristico è stato oggetto di diverse ricognizioni da parte delle autorità ecclesiastiche negli anni 1574, 1637, 1770, 1886, 1970 e 1981. Le Reliquie sono conservate in un Ostensorio d'argento del 1713, e in una antica ampolla di cristallo di Rocca. 
Alle varie ricognizioni ecclesiastiche, hanno fatto seguito quelle scientifiche compiute dal Prof. Odoardo Linoli, libero docente in Anatomia e Istologia Patologica e in Chimica e Microscopia clinica, coadiuvato dal Prof. Ruggero Bertelli dell'Università di Siena. Le analisi, eseguite con assoluto e accertato rigore scientifico e documentate da una serie di fotografie al microscopio, pubblicate dallo stesso Prof. Linoli, hanno dato i seguenti risultati: 
- La Carne è vera Carne, Il Sangue è vero Sangue. 
- La Carne è costituita da tessuto muscolare del cuore (miocardio). 
- La Carne e il Sangue appartengono alla specie umana. 
- La Carne e il Sangue hanno lo stesso gruppo sanguigno (AB). 
- Nel Sangue sono state ritrovate le proteine normalmente frazionate con i rapporti percentuali quali si hanno nel quadro sieroproteico del sangue fresco. 
- Nel Sangue sono stati anche ritrovati i minerali: Cloruri, Fosforo, Magnesio, Potassio, Sodio e Calcio. 
- La conservazione della Carne e del Sangue, lasciati allo stato naturale per dodici secoli ed esposti all'azione di agenti atmosferici e biologici, rimane un Fenomeno Straordinario. 

Chiesa di S. Lucia
La Facciata di S. Lucia presenta molte analogie con quella di S. Francesco nella zoccolatura in pietra e nel Portale. Questa di S. Lucia appare però di proporzioni più slanciate ed è decorato da un giro di fiori a punta di diamante che dà all'insieme una maggiore leggerezza ed eleganza. Il Rosone che occupa la parte alta della Facciata appartiene alla scuola di Francesco Petrini. 
A seguito del crollo della cupola, avvenuto nel 1791, fu scoperta un'iscrizione Gotica secondo cui la prima pietra della Chiesa era stata posta nel 1250 sulle rovine del tempio di Lucina. 
L'interno è stato ricostruito alla fine del secolo scorso con dignitose linee neoclassiche. 
Dietro e parallelamente al Torrione e alle Mura Aragonesi sorge la Chiesa di Santa Chiara riaperta al culto dopo alterne vicende; annesso alla Chiesa era un grosso Convento di Clarisse. In seguito all'abolizione della feudalità il Convento fu adibito in parte a caserma di soldati, in parte ad Asilo Infantile. 

La Sacca e Civitanova
Mentre governavano i Normanni, nel 1191 furono riammessi nel Regno di Napoli gli Ebrei. A Lanciano per ordine del giustiziere d'Abruzzo vennero ammesse 80 famiglie, con l'obbligo di vivere in un solo Quartiere: la Sacca, con clausura, divieto di uscire di notte e obbligo di portare una fascia gialla di riconoscimento, di esercitare solo la mercatura e far parte degli Stuoli Marittimi. E' dunque a questa epoca che risale la costruzione del Quartiere della Sacca. L'ulteriore ampliamento della Città, verso la zona ancora nota come Civitanova avvenne all'epoca di Federico II, quando Lanciano venne eretta a Città Demaniale, distaccata dalla Marca Teatina, acquistò privilegi e feudi che le diedero la prosperità. 
Il generale rifiorire dei commerci, dopo le Crociate che posero gli Europei a contatto con le raffinate civiltà orientali, ebbe la sua ripercussione anche su Lanciano. Fu in questo periodo che la Città acquistò la fisionomia che ancora oggi le riconosciamo, con la costruzione dei nuovi Quartieri, l'edificazione di Chiese e Monasteri e la fioritura dell'architettura Lancianese della Scuola di Francesco Petrini. 
Nei vicoli della Sacca possiamo ancora vedere qualche casetta Medioevale che può ricordare quello che doveva essere l'aspetto della Città all'epoca della costruzione di S. Maria Maggiore. 
La maggior parte delle costruzioni, infatti, nel corso dei secoli è stata sostituita, anche se il tessuto urbanistico delle strade e dei vicoli è rimasto immutato. Nel Quartiere della Sacca si entrava dalla Porta di S. Nicola, nei pressi della Chiesa omonima. 
Nell'antica Lanciano si contavano 9 Fontane e 300 pozzi. 
In Piazza Plebiscito, vi era una grande Fontana pubblica alimentata da una sorgente che sgorgava in contrada Marcianese. Le acque sorgive venivano raccolte in un serbatoio e da qui, attraverso una canalizzazione sotterranea, erano convogliate alla Fontana. 
Di questa importante opera di ingegneria idraulica - andata distrutta tra il X e l'XI secolo - conosciamo dati planimetrici e altimetrici, ubicazione e tracciato, ricostruiti e rilevati nel 1879 dall'Ing. Filippo Sargiacomo di Lanciano, progettista del 1° Piano Regolatore della Città e delle principali opere pubbliche realizzate tra il XIX e il XX sec. 

Le Torri Montanare 
"... Per varie Porte si apre l'adito a questa Città, fabbricate sul gusto dei mezzi tempi, con guardie, antimuri, merli, torri e ponti a levatoio, per poter impedire qualunque incursione". Così nel 1790 scriveva l'Antinori parlando delle Mura che cingevano Lanciano. Oggi esistono integre solo le Torri Montanare, che guardano la valle che si apre verso la Maiella. Vennero erette verso la fine del secolo X quando la Città si estese con la costruzione del nuovo Quartiere di Civitanova, per rendere più sicura quella parte della Città che terminava in pianura. 
Il tratto lungo via S. Spaventa è costituito da muratura a faccia vista con scarpa esterna. A Nord, invece, le Mura sono costituite da una struttura mista di pietrame e mattoni, circostanza questa che fa supporre l'essere la struttura originaria di tutte le Mura. La Torre Medievale interna è a pianta rettangolare ed è formata da 3 lati chiusi e il 4°, quello rivolto verso l'interno, aperto in modo tale da precluderne l'uso contro la Città da parte del nemico che fosse riuscito a conquistarla. Nell'angolo Nord-Ovest è situata la Torre più bassa sporgente verso l'esterno, che risale al XV secolo. 

Chiesa di S. Nicola
Costruita nella metà del XIII secolo sui ruderi della preesistente Chiesa di S. Pellegrino distrutta da un incendio nel 1206, rappresenta uno degli edifici religiosi più antichi di Lanciano. La Chiesa, dedicata a S. Nicola di Bari la cui intercessione fu invocata dai Lancianesi durante l'incendio, sorge nel Quartiere Sacca ed ha collegato la sede della Congrega di S. Rocco. 
Ha subito nel corso dei secoli diversi rifacimenti: agli inizi del XVII secolo oltre all'altare maggiore vi si contavano ben 23 altari minori; il complesso, a tre navate, insiste ad Occidente, su una imponente "muraglia" che guarda verso la Maiella. Le originarie strutture Gotiche hanno subito notevoli modifiche fino alla ristrutturazione del 1854, danneggiata dai terremoti del 1881 e del 1984, con conseguente chiusura al culto. 
Vi si conservano dipinti, alcuni in fase di restauro, dei secoli XVII e XVIII, un artistico Reliquiario di Nicola da Guardiagrele e vari ex voto. La tela più prestigiosa, "S. Nicola" di Polidoro di Mastro Renzo, nativo di Lanciano e allievo del Tiziano, è stata portata, per restauri, nel 1945 alla Soprintendenza BAAAS dell'Aquila, e qui ancora si trova. 
Sul Portale si trova un'immagine scolpita di S. Nicola tra lo stemma della Città e quello della famiglia Ricci. 
Il Campanile presenta la tipica decorazione delle Torri Lancianesi con grossi mattoni disposti ad angolo acuto, che formano le arcatelle che sottolineano le cornici segnapiano. 
Una sola finestra del Campanile conserva l'elegante bifora trilobata che doveva arricchire anche le altre. L'interno, rimaneggiato, non presenta caratteri di particolare interesse. 

Fonte di Civitanova
Dalla strada che corre sotto le Mura di Civitanova, che sorge alta sul colle, si raggiunge facilmente la Fonte. Ai lati di un alto frontone, sotto il quale scorre nelle vasche l'acqua delle cannelle principali, si apre una serie di archi che si affacciano sui lavatoi. 
Oggi l'acqua sorgiva scroscia ancora nella Fonte monumentale, ma sotto gli archi non si inquadrano più le figure curve delle lavandaie. 
Esempio di servizio civico di altri tempi, la Fonte è rimasta a testimonianza di un'epoca che sembra remota, eppure non molti anni fa le donne si recavano ancora a lavare i panni all'antica Fonte. 

Santa Giovina
Nell'area attualmente occupata dalla Chiesa di S. Giovina sorgeva la Chiesa Altomedioevale di S. Maria Maddalena. Questa fu demolita nel 1508 per far posto al Monastero di S. Maria La Nuova di cui ne restano tracce nell'attiguo complesso delle ex Carceri giudiziarie. 
Con il lascito di tale Denno Riccio, nobile benestante Lancianese, i Canonici Lateranensi edificarono la Chiesa intitolata a S. Maria Maddalena. La consacrazione avvenne il 22 dicembre 1518 dal Vescovo Mons. Angelo Maccafani. Successivamente fu annessa al Monastero di S. Maria La Nuova e dopo la soppressione dell'Ordine e del Monastero la Chiesa fu affidata all'Arciconfraternita dei Ss. Giuseppe e Francesco di Paola. 
Nel 1850 Papa Pio IX concesse al Padre Agostiniano Antonino Maria Di Iorio, nativo di Lanciano, di trasferire le Sacre Reliquie di S. Giovina dal Cimitero della Basilica di S. Ermete di Roma a Lanciano per essere collocate nella Chiesa di S. Maria la Nuova. 
La traslazione avvenne solennemente il 21 luglio 1850 e da questa data la Chiesa fu intitolata a S. Giovina. 

Santa Maria Maggiore
Santa Maria Maggiore L'architettura sacra di Lanciano porta l'impronta di Francesco Petrini: l'artefice della Facciata di S. Maria Maggiore, e probabilmente di S. Agostino, di cui il Gavini dice: 
«Il Maestro riesce a piegare i principi dell'arte Gotica col suo speciale senso del bello imprimendovi i caratteri propri del tempo... L'architettura del Chietino diviene fredda al confronto del lusso decorativo con cui la Scuola di Lanciano si affanna, al confronto dell'esuberanza che accende di viva luce e di ombre potenti ogni opera che da essa proviene». 
Purtroppo nessuna di queste Chiese conserva all'interno la purezza delle linee architettoniche originali. 
In S. Maria Maggiore troviamo testimonianza di almeno tre epoche solo nella parte più antica, trascurando volutamente i rifacimenti successivi dovuti all'ampliamento della Chiesa, con la creazione della Navata centrale e delle cappelle. La presenza di un Portale di forme Romaniche nella parte opposta a quella della Facciata del Petrini, e tutta la parte Settentrionale, che probabilmente formava un portico, fa pensare all'esistenza di una Chiesa anteriore a quella di forme Gotiche, di cui restano la Navata principale e una delle secondarie. Le decorazioni del cornicione del portico Settentrionale si riallacciano a un linguaggio presente in altre architetture abruzzesi, della scuola di S. Liberatore a Maiella. 
La larga Facciata risulta divisa in due parti distinte abbraccianti due edifici contigui. La parte di sinistra in cui si inserì il grandioso Portale del Petrini corrisponde alla sala presbiteriale dell'antica Chiesa. Il Petrini approfittò della presenza dei due contrafforti centrali, contrastanti le spinte della volta ottagonale, per creare quell'effetto plastico che non sempre raggiunsero i grandi Portali abruzzesi, poco sporgenti dal vivo delle Mura. 
Le colonnine accantonate nei risalti e le colonne frontali si frazionano in più ordini, il timpano sale a toccare il Rosone, che è sormontato da un archivolto sporgente a semicerchio, appoggiato a colonnine pensili. La decorazione di tutti questi elementi si arricchisce di fregi floreali, di punte di diamante, di fogliame di acanto, di animali simbolici, creando un insieme in cui si fondono mirabilmente la purezza delle linee Gotiche e il vivo senso plastico del Petrini. 
Nella lunetta del Portale c'è un gruppo scultoreo rappresentante la Crocifissione e sul fondo, in caratteri franchi, si legge il nome del Petrini e la data del 1317. 
Un'altra iscrizione che risale forse ai Maestri Borgognoni che eressero la Chiesa nel 1227, come attestava la pergamena della fondazione di S. Maria Maggiore, si trova sul pilastro sinistro della Facciata principale. 
Nella Chiesa di S. Maria Maggiore è conservata la famosa Croce processionale di Nicola da Guardiagrele, mirabilmente scolpita e cesellata (1421), e alcuni pregevoli dipinti tra cui un trittico con lunetta (sec. XVI) di Gerolamo Galizzi da Santacroce, pittore Bergamasco di scuola veneta. 
Usciamo ora dal campo delle ipotesi a cui si spingono forme rimaste nella costruzione successiva, a testimoniare l'apporto di un'arte meno raffinata ma non priva di valori chiaroscurali, guardiamo la Chiesa quale oggi ci appare. Si entra nella Chiesa da un Portale laterale, le cui linee Gotiche, di scuola Borgognona, richiamano alla mente le Porte del castello di Federico Il, ad Andria. Esiste discordanza tra gli studiosi circa i rapporti intercorrenti tra queste due architetture. E indubbia la presenza di Maestri francesi; per Gavini l'esperienza di S. Maria Maggiore precede o è parallela a quella del castello e comunque queste forme si riconoscono di diretta derivazione Borgognona, non mediate cioè attraverso le architetture Benedettine della scuola di S. Liberatore, che ritroviamo in gran parte delle Chiese abruzzesi del Trecento. 
La Chiesa è formata da una Navata centrale e da due navatelle laterali di cui quella del lato Nord, abbattuta nel 1540 per l'ampliamento dell'edificio, è stata ripristinata, nel recente restauro, mentre l'altra, che era stata ripartita in cappellette è stata restituita alla sua funzione. 
Il prospetto del '300 si estende a tutto il corpo di fabbrica della Chiesa aggiunta per cui si deve pensare che la Chiesa dei tempi moderni, uscendo dal perimetro della Chiesa Borgognona, occupò un corpo di fabbrica preesistente. 

Il Ponte di Lamaccio
Il Ponte di Lamaccio Lungo la valle delimitata dal Colle della Selva (Quartiere CivitanovaSacca) dai colli Pietroso e Erminio (Quartieri Borgo e Lancianovecchia) scorreva un torrente che affluiva al fiume Feltrino. La valle, chiamata prima 'Stercoraia" ed in seguito "Malvò", era attraversata a Nord, tra Porta S. Nicola e Porta S. Antonio, da un Ponte detto di "Lamaccio", che venne sopraelevato neIl'Xl secolo con 4 archi a sesto acuto. Attualmente, in conseguenza del riempimento del Malvò, del Ponte è visibile soltanto la parte a valle e la maggiore delle arcate, mentre le altre sono state ricoperte e modificate da sovrastruttura di epoca recente.

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